Siamo sicuri che arriverà la prossima primavera?
Ho scelto di partecipare al “PREMIO HYSTRIO – OCCHI DI SCENA 2010”, che ha che ha per tema “Il Corpo in Scena”, con alcuni scatti realizzati durante ”The Waste Land”.
Questo spettacolo, che ha debuttato il 20/06/2009 al Teatro alle Tese di Venezia, è stato la conclusione di una vera e propria accademia di danza, chiamata dal suo direttore Ismael Ivo “L’Arsenale della Danza – Grado Zero”. Una kermesse di 3 mesi di lezioni, in cui gli allievi si sono esercitati – con un ritmo pressante – nella ricerca e nell’espressione di un proprio percorso coreografico ed emotivo, attivando un’intima conoscenza della propria personalità di danzatori.
Successivamente lo spettacolo The Waste Land è stato montato in due sole settimane scegliendo per ogni passo il danzatore più adatto allo scopo che il direttore aveva già scritto in modo incredibilmente preciso. Ivo si è qui ispirato a visioni contemporanee divenute scenografia e a lavori di Béjart e Nižinskij, citando alcune scuole che hanno suggestionato la sua poetica coreografica, non ultima quella di Pina Bausch, di cui – destino vuole – ha annunciato la prematura scomparsa prima della replica straordinaria del 30 giugno 2009. Ultima messa in scena di The Waste Land prima del remake del 2010.
In questa seconda fase i ballerini sono divenuti esecutori-interpreti di un piano rigoroso, corpi mossi dai fili di un coreografo deciso a firmare uno dei suoi più grandi lavori.
Ritengo che The Waste Land sia un esempio ben riuscito di come sia possibile trasformare la realtà del corpo, che viene messo in scena trasponendolo in qualcosa di differente, plasmandone la natura.
“In The Waste Land, il punto di partenza è il coinvolgimento fisico del corpo in una cerimonia di sopravvivenza e di lotta”, scrive Ismael Ivo, che con questo spettacolo riesce a colpire lo spettatore costringendolo a riflettere su tematiche di attualità, spesso inflazionate, ma servendosi di una sensibilità coreografica che consente al suo messaggio di essere comunicato in maniera impeccabile, entrando sottopelle.
Per raggiungere tale fine, infatti, il coreografo sembra annullare completamente l’identità dei danzatori portando in scena il loro corpo, quasi nudo, in uno spettacolo che per i primi trenta minuti è recitato interamente di spalle, fino alle prime note de La Sagra della Primavera di Igor Stravinskij: allora i danzatori si voltano verso il pubblico, tracciando figure astratte ma non estranee, anzi accessibili e chiare, come quella di un gabbiano intrappolato nel petrolio, o di soldati americani intenti a riposare e ripararsi dal pericolo e dal sole dentro enormi tubi di condotti petroliferi.
Non c’è momento in cui quest’opera manchi di stupire lo spettatore, comunicando grande energia e una tensione crescente, sino al finale, in cui gli interpreti vengono sommersi da un fiume di petrolio, restandone intontiti, assuefatti, parandosi di fronte ad un pubblico sconvolto: un faccia a faccia, una schiera di sguardi interrogativi, come vittime di fronte ai loro carnefici, sulle inconfondibili note conclusive de Le Sacre, fino allo spegnersi delle luci in sala.
Alvise Nicoletti